
Venne inaugurato il 24 febbraio 1923 con lo spettacolo “Don Pietro Caruso” di Roberto Bracco, messo in scena dalla compagnia di Alfredo De Sanctis, alla presenza – come riporta il L’Ora del tempo – di “quanto di più aristocratico, di più intelligente, di più fine conta Palermo”. E’ un insolito ibrido tra teatro all’italiana e teatro wagneriano: pianta trapezoidale e al secondo livello, una tea room. In sala, tre ordini di palchi, un loggione laterale al terz’ordine, e un secondo loggione al quarto: mille posti in tutto, il Teatro Finocchiaro venne costruito nel 1922, per volere dell’industriale del cemento, cavalier Emanuele Finocchiaro, su progetto di Paolo Bonci. Ha un prospetto elegante su via Firenze (un tempo l’entrata principale) che un progetto degli anni Trenta doveva liberare dalle case attorno. Ma non se ne fece più nulla e la via laterale fu destinata all’ingresso in anfiteatro (2 lire o 50 centesimi) di coloro che non potevano permettersi un palco. Un sistema di finestre rampanti incorniciate da tarsie riecheggia fantasie klimtiane, le decorazioni Jugendstil sono dello scultore Geraci. Il teatro – dotato di un tetto apribile – è agibile solo per la platea, il palcoscenico non è utilizzato dal 1956. Qui si esibirono Giovanni Grasso, Angelo Musco, Macario, Totò, Aldo Fabrizi. Durante la guerra, leggenda vuole che un aereo kamikaze si sia infilato nel lucernario, ma senza creare danni. Divenne cinema, poi teatro, poi di nuovo cinema, negli anni Cinquanta ospita pellicole western, poi film di arti marziali, poi a luci rosse, poi ospita le lezioni di Architettura. Si tenta più volte di farlo rivivere, l’ultima una decina di anni fa quando ospitò tre stagioni teatrali.



