
Le prime tracce del monastero del Santissimo Salvatore risalgono al 1348, quando il cavaliere Michele Curto, nel suo testamento, lasciò dieci tarì alle monache che vi abitavano. Ma la sua storia affonda in un passato più remoto: si narra che, tra XII e XIII secolo, una schiera di vangatori spianò la lingua di terra sulla rocca di San Nicolò per gettare le fondamenta del complesso monastico, che per secoli avrebbe protetto la terra demaniale di Corleone. La chiesa fu scrigno di capolavori oggi perduti o dispersi. Nel 1583 Vincenzo Gagini, figlio del celebre Antonello, scolpì una statua in marmo di Santa Maria delle Grazie. Nel 1517 il pittore Cristoforo Guastapani affrescò le pareti con storie di San Benedetto e la Passione di Cristo. L’opera più preziosa, il Polittico dell’Incoronazione della Vergine, attribuito a Guglielmo da Pesaro, è oggi custodito a Palazzo Abatellis a Palermo. Nel Settecento la chiesa fu rinnovata: lo scultore Antonio Campisi da Gibellina realizzò gli stucchi barocchi, tra cui spicca un maestoso Padreterno che avanza tra le nubi nel giorno del Giudizio. Il pittore Filippo Randazzo, detto il “monocolo di Nicosia”, affrescò la volta con il Trionfo di San Benedetto, ancora oggi visibile nonostante i danni del terremoto del 1968. L’altare maggiore, in marmo rosso di Scalilli, risale al XVI secolo. Dopo la soppressione del 1866, il monastero divenne istituto di mendicità e poi casa di accoglienza per poveri e orfani. Oggi, restaurato, custodisce la memoria di secoli di fede e devozione.





























