
Erano i tempi in cui i carretti di blocchi di ghiaccio viaggiavano dalle neviere sulle Madonie ed entravano in città: sorbetti e gelati nascevano così, leggeri e profumati, per rinfrescare i nobili signori nei giorni di scirocco. Il gelato non era un affaire popolare, anzi, era sinonimo di aristocrazia e ben lo intuì il giovane Francesco Procopio Cutò che, partendo dalla tradizione del sorbetto arabo (lo sherbet) riuscì a perfezionare il processo di mantecazione sostituendo lo zucchero al miele e perfezionando una macchina refrigerante inventata dal bisnonno, pescatore nullatenente, un pizico alchimista, amante delle sorbette rinfrescanti e medicamentose. Il ragazzo partì alla volta di Parigi dove di lì a qualche anno sarebbe diventato ricco fondando il celebre Café Procope: ma la sua storia nasce dai vicoli e dai catoi del Capo, a inizi Settecento. E proprio dal cuore dell’attuale mercato, davanti alla chiesetta di sant’Ippolito (sorella povera e meno altolocata della splendida Concezione, proprio di fronte) partirà questa esperienza sulle tracce del giovane gelatiere. Si racconterà sia la sua storia che quella, molto più avventurosa della sua disastrata famiglia, e intanto ci si incamminerà tra vicoli e botteghe per raggiungere quella piazza Procopio Cutò che a lui è stata intitolata. Alla fine di questo viaggio profumato, il volume “Il genio del gelato. Francesco Procopio Cutò. Storie d’amore, di talento e di alchimia tra Palermo e Parigi” di Luciana Polliotti (Fausto Lupetti editore).
















