◉ AMBIENTE
Il laboratorio del clima: come la flora dell’Orto botanico di Palermo sfida l’estate infinita
Notti tropicali e termometri da bollino rosso mettono a dura prova oltre 12 mila piante, anche se molte specie esotiche sono in salute e altre si adattano. Tra automazione dei sistemi idrici, aridocoltura e la vegetazione record della Victoria amazonica, il microcosmo della storico polmone verde anticipa le trasformazioni del Pianeta
di Giulio Giallombardo
29 Agosto 2026
29 Agosto 2026
Lunghe estati sempre più tropicali. Temperature che non scendono neanche la notte. Previsioni meteo come bollettini di guerra. Il riscaldamento globale mette a dura prova nervi e fragilità, ma diventa anche una lente per comprendere come la natura si adatta, muta o soccombe. Microcosmo vegetale che racchiude una straordinaria biodiversità, anche l’Orto botanico dell’Università di Palermo, con le sue oltre 12 mila piante, sta risentendo del clima che cambia. Ma la sua vocazione sperimentale, anche sotto il sole rovente di questa estate infinita, ne fa uno speciale laboratorio bioclimatico per interpretare i segnali che la natura lancia.
Basta quel tappeto di foglie che, ormai sempre più spesso, cadono giù dagli alberi fuori stagione – non solo in autunno, ma anche nella tarda primavera e in estate – per suonare un campanello d’allarme. “Quando le piante vanno incontro a fenomeni di stress determinati da rialzi di temperatura sempre più elevate, si devono proteggere e per farlo perdono le foglie”, spiega a Le Vie dei Tesori il direttore dell’Orto botanico, Rosario Schicchi. “A partire dalla metà primavera all’Orto vediamo una pioggia continua giornaliera di foglie – racconta – quelle che cadono nelle aiuole le lasciamo perché la foglia aiuta a ridurre le perdite d’acqua per evaporazione dal suolo. È quella che chiamiamo pacciamatura, una tecnica di aridocoltura che stiamo praticando da un po’ di anni”.
È una delle strategie adottate dai giardinieri dell’Orto botanico per contenere gli effetti del caldo estremo che ormai staziona sempre più a lungo in queste latitudini. Come il maggior apporto di humus o la zappettatura, che sigilla l’umidità negli strati inferiori a disposizione delle radici, aumentando la capacità di penetrazione dell’acqua. “Progressivamente – aggiunge Schicchi – abbiamo perso una decina di querce, piante che avrebbero resistito in un bosco in montagna, ma sul livello del mare non ce l’hanno fatta. Gli stress climatici indeboliscono la pianta che viene attaccata da insetti e funghi parassiti. Dunque, i cambiamenti climatici sono concreti e si manifestano con piccoli e grandi segnali che, in certi casi, solo la sensibilità di un tecnico riesce a leggere”. Segnali come quelli lanciati da una nuova famiglia di lecci, sulle Madonie, che Schicchi ha scoperto e monitorato a quote mai raggiunte prima: “Si sono spinti 150 metri più in alto rispetto a 40 anni fa, per cercare più fresco”.
All’interno dell’Orto, nella Vigna del Gallo, un micro vigneto urbano “custode” di 95 vitigni autoctoni siciliani coltivati nell’antico terreno dei duchi di Archirafi, molte piante sono in sofferenza, anche se cultivar come Nero d’Avola, Catarratto, Inzolia e Grillo stanno resistendo bene alle ondate di calore. Per non parlare delle fioriture anticipate come quelle dei peri, o peggio ancora quelle tardive, che mettono seriamente a rischio i frutti. “Quando una pianta fiorisce a fine estate – sottolinea il botanico – non può portare a compimento il frutto perché poi arriva l’inverno e quindi tutto lo sforzo energetico che la pianta ha fatto per raggiungere il successo produttivo viene vanificato”.
Eppure, in quella grande oasi di piante tropicali e subtropicali che è l’Orto botanico di Palermo, non tutte le specie stanno soffrendo per il caldo. Al contrario, alcune sono in ottima salute. “Siamo nel luogo dove studiosi da tutta Europa portarono piante esotiche per acclimatarle in un territorio diverso dal loro – spiega Manlio Speciale, botanico e agronomo, curatore del’Orto botanico – . E questo spazio ha un vantaggio: è difeso dalle montagne circostanti e soprattutto si trova vicino al mare, che funge un po’ da cuscinetto termico. Per questo, da sempre, per le piante tropicali e subtropicali le temperature sono ideali”.
Succulente, cicadee, palme del Madagascar, o come la Roystonea regia – la Palma Reale di Cuba – sono in piena vegetazione. Ancor di più la splendida Victoria amazonica, la ninfea dalle foglie enormi che in questi giorni dà spettacolo nell’Aquarium. “Una pianta del genere che vive praticamente vicino all’equatore, con le temperature dei nostri giorni sta benissimo – osserva Speciale – eppure, da una decina d’anni, abbiamo iniziato a notare in alcune specie, come la famiglia delle Araliacee o le comuni kenzie, dei comportamenti diversi, come essiccamenti di rami terminali. Sono emergenze che stiamo monitorando e che diventano come bioindicatori climatici”.

Oreopanax dactylifolium, delle Araliaceae. La specie studio come “indicatore”, in piena ripresa vegetativa (foto Manlio Speciale)
Nel caso delle Araliacee, come la Oreopanax dactylifolium, gli studiosi hanno, però, notato una maggiore capacità di rigenerarsi con nuovi germogli, dimostrando una buona capacità di adattamento allo stress termico. Cosa che, invece, difficilmente avviene con le kenzie che, una volta in crisi, quasi mai sopravvivono. “La differenza di temperatura tra il giorno e la notte – sottolinea Speciale – aiuta le piante a riprendersi dallo choc termico delle ore più calde, ma queste notti sempre più tropicali, in cui il termometro non scende sotto i 25 gradi, stanno creando una situazione anomala”. Intanto, all’Orto sono corsi ai ripari automatizzando l’irrigazione e potenziando il sistema idrico con nuovi tubi e impianti. “Prima non era necessario, ma adesso dobbiamo essere pronti ad intervenire in casi di emergenza”, avverte Speciale.
“Serve iniziare a interrogarci su quali saranno le piante dei prossimi cento anni – conclude Schicchi – . Alcune potranno ancora essere coltivate, mentre altre andranno sostituite. Ci sono quelle attrezzate per resistere, perché hanno una certa capacità di adattamento. Staremo a vedere – conclude Schicchi – il riscaldamento globale è un’evidenza che va accolta, sta alla nostra intuizione cogliere certi segnali della natura e capire come comportarci”.
Lunghe estati sempre più tropicali. Temperature che non scendono neanche la notte. Previsioni meteo come bollettini di guerra. Il riscaldamento globale mette a dura prova nervi e fragilità, ma diventa anche una lente per comprendere come la natura si adatta, muta o soccombe. Microcosmo vegetale che racchiude una straordinaria biodiversità, anche l’Orto botanico dell’Università di Palermo, con le sue oltre 12 mila piante, sta risentendo del clima che cambia. Ma la sua vocazione sperimentale, anche sotto il sole rovente di questa estate infinita, ne fa uno speciale laboratorio bioclimatico per interpretare i segnali che la natura lancia.
Basta quel tappeto di foglie che, ormai sempre più spesso, cadono giù dagli alberi fuori stagione – non solo in autunno, ma anche nella tarda primavera e in estate – per suonare un campanello d’allarme. “Quando le piante vanno incontro a fenomeni di stress determinati da rialzi di temperatura sempre più elevate, si devono proteggere e per farlo perdono le foglie”, spiega a Le Vie dei Tesori il direttore dell’Orto botanico, Rosario Schicchi. “A partire dalla metà primavera all’Orto vediamo una pioggia continua giornaliera di foglie – racconta – quelle che cadono nelle aiuole le lasciamo perché la foglia aiuta a ridurre le perdite d’acqua per evaporazione dal suolo. È quella che chiamiamo pacciamatura, una tecnica di aridocoltura che stiamo praticando da un po’ di anni”.
È una delle strategie adottate dai giardinieri dell’Orto botanico per contenere gli effetti del caldo estremo che ormai staziona sempre più a lungo in queste latitudini. Come il maggior apporto di humus o la zappettatura, che sigilla l’umidità negli strati inferiori a disposizione delle radici, aumentando la capacità di penetrazione dell’acqua. “Progressivamente – aggiunge Schicchi – abbiamo perso una decina di querce, piante che avrebbero resistito in un bosco in montagna, ma sul livello del mare non ce l’hanno fatta. Gli stress climatici indeboliscono la pianta che viene attaccata da insetti e funghi parassiti. Dunque, i cambiamenti climatici sono concreti e si manifestano con piccoli e grandi segnali che, in certi casi, solo la sensibilità di un tecnico riesce a leggere”. Segnali come quelli lanciati da una nuova famiglia di lecci, sulle Madonie, che Schicchi ha scoperto e monitorato a quote mai raggiunte prima: “Si sono spinti 150 metri più in alto rispetto a 40 anni fa, per cercare più fresco”.
All’interno dell’Orto, nella Vigna del Gallo, un micro vigneto urbano “custode” di 95 vitigni autoctoni siciliani coltivati nell’antico terreno dei duchi di Archirafi, molte piante sono in sofferenza, anche se cultivar come Nero d’Avola, Catarratto, Inzolia e Grillo stanno resistendo bene alle ondate di calore. Per non parlare delle fioriture anticipate come quelle dei peri, o peggio ancora quelle tardive, che mettono seriamente a rischio i frutti. “Quando una pianta fiorisce a fine estate – sottolinea il botanico – non può portare a compimento il frutto perché poi arriva l’inverno e quindi tutto lo sforzo energetico che la pianta ha fatto per raggiungere il successo produttivo viene vanificato”.
Eppure, in quella grande oasi di piante tropicali e subtropicali che è l’Orto botanico di Palermo, non tutte le specie stanno soffrendo per il caldo. Al contrario, alcune sono in ottima salute. “Siamo nel luogo dove studiosi da tutta Europa portarono piante esotiche per acclimatarle in un territorio diverso dal loro – spiega Manlio Speciale, botanico e agronomo, curatore del’Orto botanico – . E questo spazio ha un vantaggio: è difeso dalle montagne circostanti e soprattutto si trova vicino al mare, che funge un po’ da cuscinetto termico. Per questo, da sempre, per le piante tropicali e subtropicali le temperature sono ideali”.
Succulente, cicadee, palme del Madagascar, o come la Roystonea regia – la Palma Reale di Cuba – sono in piena vegetazione. Ancor di più la splendida Victoria amazonica, la ninfea dalle foglie enormi che in questi giorni dà spettacolo nell’Aquarium. “Una pianta del genere che vive praticamente vicino all’equatore, con le temperature dei nostri giorni sta benissimo – osserva Speciale – eppure, da una decina d’anni, abbiamo iniziato a notare in alcune specie, come la famiglia delle Araliacee o le comuni kenzie, dei comportamenti diversi, come essiccamenti di rami terminali. Sono emergenze che stiamo monitorando e che diventano come bioindicatori climatici”.

Oreopanax dactylifolium, delle Araliaceae. La specie studio come “indicatore”, in piena ripresa vegetativa (foto Manlio Speciale)
Nel caso delle Araliacee, come la Oreopanax dactylifolium, gli studiosi hanno, però, notato una maggiore capacità di rigenerarsi con nuovi germogli, dimostrando una buona capacità di adattamento allo stress termico. Cosa che, invece, difficilmente avviene con le kenzie che, una volta in crisi, quasi mai sopravvivono. “La differenza di temperatura tra il giorno e la notte – sottolinea Speciale – aiuta le piante a riprendersi dallo choc termico delle ore più calde, ma queste notti sempre più tropicali, in cui il termometro non scende sotto i 25 gradi, stanno creando una situazione anomala”. Intanto, all’Orto sono corsi ai ripari automatizzando l’irrigazione e potenziando il sistema idrico con nuovi tubi e impianti. “Prima non era necessario, ma adesso dobbiamo essere pronti ad intervenire in casi di emergenza”, avverte Speciale.
“Serve iniziare a interrogarci su quali saranno le piante dei prossimi cento anni – conclude Schicchi – . Alcune potranno ancora essere coltivate, mentre altre andranno sostituite. Ci sono quelle attrezzate per resistere, perché hanno una certa capacità di adattamento. Staremo a vedere – conclude Schicchi – il riscaldamento globale è un’evidenza che va accolta, sta alla nostra intuizione cogliere certi segnali della natura e capire come comportarci”.













