◉ CULTURA

Il monastero ottagonale nascosto tra gli ulivi che racconta la Sicilia bizantina

Nelle campagne di Torrenova, ai piedi dei Nebrodi, emergono i resti del convento basiliano di San Piero di Deca, noto come Conventazzo. L’edificio, dalla originale forma ottagonale esterna e circolare all’interno, fu per secoli un centro religioso ed economico. Nuove indagini archeologiche ne hanno ricostruito le fasi, rivelando una storia millenaria che dall'età bizantina giunge ai Normanni

di Ornella Reitano

10 Febbraio 2026

Lo si scorge all’improvviso, percorrendo una vecchia trazzera che si stacca dalla Statale 113 e si addentra tra ulivi secolari e macchia mediterranea, tra le campagne di Torrenova, ai piedi dei Nebrodi, su un pianoro che domina il torrente Platanà. Quello che appare è il Conventazzo, così chiamato ciò che resta del convento di San Piero di Deca, un edificio dalla forma ottagonale all’esterno e circolare all’interno, scandito da otto nicchie e coperto da una cupola, sopravvissuto per oltre mille anni come testimonianza del monachesimo grecobasiliano e della lunga stagione bizantina dei Nebrodi. I resti del convento si trovano in un luogo appartato e autentico, fuori dai percorsi abitualmente proposti e poco raccontato, ma capace di restituire il senso profondo di quei territori dell’entroterra che, pur lontani dai riflettori, custodiscono patrimoni storici e culturali di straordinario valore.

Per secoli, questo pianoro non fu affatto isolato. In epoca medievale, in occasione della festa dei santi Pietro e Paolo, masse di persone provenienti da tutta l’area dei Nebrodi e dalla fascia costiera si radunavano nella piana circostante per la grande fiera annuale, un momento in cui riti religiosi e scambi commerciali si intrecciavano, trasformando San Pietro di Deca in un punto di riferimento per la vita economica e sociale del territorio.

L’edificio ottagonale che era parte del convento (foto Ornella Reitano)

Molto prima dell’arrivo dei monaci, circa duemila anni fa, l’area era già frequentata da una comunità che qui seppelliva i propri morti, come dimostrano le sepolture individuate dagli scavi archeologici e legate all’orbita dell’antica Alontion, l’odierna San Marco d’Alunzio. Quando, intorno a millecinquecento anni fa, la presenza bizantina si consolidò in Sicilia, i monaci basiliani riconobbero l’importanza strategica di questo luogo, vicino alle vie naturali che collegavano l’entroterra del Val Demone alla costa tirrenica, e vi fondarono un cenobio stabile. Il grande edificio centrale, già esistente, venne inglobato e reinterpretato come monumento commemorativo e spazio sacro, forse con funzioni battesimali, diventando il cuore simbolico del complesso.

San Pietro di Deca non era un monastero isolato, ma una vera grangia, una fattoria monastica organizzata che amministrava terre, mulini e attività produttive tra San Marco d’Alunzio e Capri Leone. I documenti d’archivio attestano che i monasteri basiliani svolgevano un ruolo economico attivo, concedendo prestiti, gestendo risorse e organizzando fiere, e San Pietro di Deca faceva parte di questa rete, con una certa autonomia rispetto a centri monastici più grandi come San Filippo di Fragalà. In un’epoca in cui le città erano spesso vulnerabili, questi complessi rappresentavano punti di equilibrio tra spiritualità, lavoro e vita quotidiana delle comunità rurali.

Trazzera che conduce al monastero (foto Ornella Reitano)

Il monastero aveva anche una funzione strategica. Insieme a San Tallaleo, un altro cenobio basiliano nel Val Demone, oggi noto solo attraverso resti archeologici, e a un sistema di torri di avvistamento sparse nel territorio di Torrenova, San Pietro di Deca contribuiva a formare una linea di controllo e protezione dell’entroterra. Questo sistema rese la valle di Demenna uno degli ultimi territori in cui la cultura greca rimase vitale durante l’avanzata araba. Con l’arrivo dei Normanni, il complesso entrò nell’orbita dell’archimandritato del Santissimo Salvatore di Messina, una grande istituzione religiosa che coordinava e amministrava i monasteri di rito greco in Sicilia, garantendo continuità organizzativa e rapporti con il potere politico.

Del vasto complesso monastico oggi è ben riconoscibile soprattutto il corpo centrale del Conventazzo, che racconta attraverso le sue murature e le sue aperture secoli di trasformazioni e adattamenti. Accanto ad esso, gli scavi hanno permesso di individuare i resti della chiesa costruita in epoca normanna e numerose sepolture, confermando il ruolo sacro e funerario del luogo per un lunghissimo arco di tempo.

La singolarità dell’edificio colpì già tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento studiosi come Antonio Salinas, allora direttore del Museo archeologico di Palermo, che lo definì una costruzione degna di essere studiata e misurata in ogni sua parte. I primi rilievi grafici furono pubblicati da Camillo Filangeri, contribuendo a portare l’attenzione degli studiosi su questo monumento poco conosciuto.

L’antico monastero tra le campagne di Torrenova (foto Ornella Reitano)

Dal 2001 San Pietro di Deca è stato oggetto di campagne di scavo e di studio coordinate dall’Istituto di Studi Bizantini e Neoellenici dell’Università di Vienna, in collaborazione con le istituzioni locali. Queste ricerche hanno permesso di chiarire le diverse fasi di vita del complesso, di individuare spazi legati alla vita quotidiana dei monaci e di restituire al territorio una parte importante della sua memoria storica.

Raggiungere oggi San Pietro di Deca significa attraversare un paesaggio rurale ancora vivo, fatto di uliveti, muretti a secco e piccoli fondi agricoli che dialogano naturalmente con le rovine del monastero. È una tappa ideale per chi cerca una Sicilia meno conosciuta, capace di raccontarsi attraverso luoghi silenziosi ma densi di storia, e per comprendere come anche i territori apparentemente marginali abbiano svolto un ruolo centrale nella costruzione dell’identità culturale dell’Isola. Camminare tra queste strutture significa ascoltare una storia lunga secoli, fatta di fede, lavoro e adattamento al paesaggio, che continua ancora oggi a parlare a chi sceglie di fermarsi e osservare.