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A Calatafimi Segesta torna dopo 14 anni una delle feste più antiche d’Italia
Dall’1 al 3 maggio il borgo trapanese festeggia il Santissimo Crocifisso. Un affresco corale dove antiche corporazioni di mestieri, riti processionali e simboli come il pane benedetto si intrecciano in tre giorni di fede, spettacolo e identità collettiva
di Marco Russo
30 Aprile 2026
Il cuore di Calatafimi Segesta torna a battere all’unisono dopo 14 anni. Mancava davvero da troppo tempo la Festa del Santissimo Crocifisso, una delle più antiche processioni popolari d’Italia, che animerà il borgo trapanese dall’1 al 3 maggio. Tre giorni scanditi da processioni e omaggi al patrono del paese, in cui la comunità attraversa strade e piazze rappresentata dai Ceti, le storiche corporazioni che rappresentano l’anima lavoratrice e religiosa del paese.
Tutto comincia nel 1657, anno che gli abitanti di Calatafimi ricordano come un tempo di grazia e sconcerto. In una piccola sagrestia della chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, un crocifisso ligneo scuro, di autore ignoto, inizia a compiere prodigi. La leggenda – tramandata dall’etnologo Giuseppe Pitrè e custodita come reliquia orale – racconta di mastro Fontana, un uomo che più volte trovò la statua del Cristo caduta a terra. Dopo averla riparata con una semplice zagarella azzurra, un nastro, assistette alla guarigione miracolosa di un amico infermo. Lo stesso nastro, portato a casa, liberò sua moglie da una presunta possessione. In pochi mesi, la voce si sparse. Il vescovo di Mazara concesse la prima processione, e il popolo, diviso fin d’allora in ceti sociali, cominciò a sfilare lanciando confetti, cucciddati e fiori, come segno di ringraziamento.
Ma la devozione dovette fare i conti con la tragedia. Il 25 settembre 1887, un incendio distrusse la cappella durante la festa della Madonna di Giubino. Il crocifisso originale andò perduto tra le fiamme. Fu sostituito e benedetto da papa Leone XIII, ma la memoria delle reliquie non si spense. Nel 1988, padre Ingarra rimosse i marmi alla base della croce, dove la tradizione orale indicava fossero stati murati frammenti del legno bruciato. Li trovò. Il pezzo più grande venne custodito in un reliquiario d’argento, che oggi sfila accanto al nuovo simulacro, testimone silenzioso di una continuità spezzata e poi ricucita.
Ciò che rende unica questa celebrazione è soprattutto sua natura corale. A Calatafimi non esiste una festa senza i Ceti – raggruppamenti che non sono semplici associazioni, ma veri statuti sociali con amministrazioni, simboli e gerarchie. Sono loro, insieme al clero, a decidere quando e come onorare il Crocifisso. Ogni ceto incarna un mestiere, una storia, un gesto rituale.
La Maestranza, un tempo milizia urbana armata a difesa del paese, sfila a passo di marcia con alabarde e fucili a spalla, orgogliosa del titolo di “Real” concesso dai sovrani. Sulla sua bandiera spicca la “M” di Maria, mentre lo stendardo reca un’ostia d’oro. Per la prima volta, in questa edizione, anche le donne sono state ammesse nel ceto: un segno che la tradizione, qui, sa rinnovarsi senza tradirsi. I Borgesi di San Giuseppe, detti anche “Sangiuseppara”, portano in processione un cuscino rosso con tre pani simbolo della Sacra Famiglia e “lu Circu”, una struttura emisferica di alloro tempestata di cucciddati. Il loro motto, “Ite ad Joseph” (Andate da Giuseppe), riecheggia sulle stoffe bianche ricamate in oro. Accanto a loro, gli Ortolani, documentati dal 1689, sfilano con una varicedda che contiene “San Palinu”, una piccola statua snodata che raffigura un ortolano al lavoro, omaggio a san Paolino da Nola.
Forse il ceto dal simbolo più potente è quello dei Mugnai, custodi della Santa Croce d’argento realizzata nel 1776 con le offerte dei mulattieri della valle del Crimiso. Sulla croce è incisa una frase che è anche un atto di memoria pubblica: “D. Dom.ci Noledo ac Moladinar.m elem.a 1776 Exceptis li Colombo” – tutti i mugnai contribuirono, tranne la famiglia Colombo, per motivi ancora oscuri. Un’esclusione trasformata in pietra e argento, tramandata di generazione in generazione come monito e orgoglio. I Macellai, antichi “Boccieri”, partecipano per la prima volta nella storia ai festeggiamenti solenni, offrendo mandorle lungo il percorso. I Cavallari, invece, aprono la sfilata a cavallo con i loro “Cavadduzzi” – piccoli destrieri decorati con monete d’oro – e chiudono il cerchio mariano accompagnando la Madonna di Giubino al santuario. Ogni ceto ha il suo giorno, il suo passo, la sua musica. E tutti insieme formano un unico, travolgente corpo processionale.
Il programma si snoda tra riti antichi e gesti nuovi. L’1 e il 2 maggio, dopo lo sparo dei mortaretti e lo scampanio dei bronzi sacri, si alternano le processioni allegoriche (con il tema “Ut omnes unum sint” – Che tutti siano una sola cosa) e gli omaggi dei singoli ceti. I carri dei Massari, in particolare, offrono i famosi cucciddati, quel pane che un tempo era destinato a rendere felici anche i poveri nei giorni di festa, e che oggi è diventato emblema di abbondanza condivisa. Il culmine della festa arriva il 3 maggio, solennità del Santissimo Crocifisso: dopo la benedizione degli animali e la messa presieduta dal vescovo di Trapani, monsignor Pietro Maria Fragnelli, la sera alle 19.30 i simulacri del Crocifisso e di Maria Santissima di Giubino usciranno insieme in processione per le vie della città, accompagnati da tutti i ceti, dalle autorità religiose, civili e militari. Sarà il momento in cui la Madonna, appena tornata dal suo santuario, incontrerà nuovamente il Figlio crocifisso sotto lo sguardo di una intera comunità che per quattordici anni ha atteso, custodito e preparato questo abbraccio. A mezzanotte, i giochi d’artificio chiuderanno la festa.
A dare il via ufficiale ai festeggiamenti, già nel pomeriggio del giorno di Pasqua, è stato il rito della Santa Croce d’argento, portata dal più giovane sacerdote calatafimese, don Giuseppe Bruccoleri, dalla chiesa del Santissimo Crocifisso al santuario della Madonna di Giubino. Lì è rimasta custodita fino alla vigilia del 30 aprile, quando don Emanuel Mancuso l’ha ricondotta in processione, preceduta da una schiera di bambini tra i sette e gli undici anni, ciascuno recante oggetti sacri d’oro e d’argento: calici, pissidi, coppe del Seicento palermitano e trapanese, un patrimonio artistico inestimabile.
“Abbiamo gettato il cuore oltre l’ostacolo – afferma il sindaco di Calatafimi Segesta, Francesco Gruppuso – . Riabbracciamo una tradizione secolare che connota la nostra identità di comunità. È fede, l’atto di devozione più alto della nostra città verso il suo Patrono. È rinascita: dopo quasi tre lustri, la comunità torna a battere all’unisono nel segno dell’unità e del sacrificio dei Ceti. Siamo pronti a mostrare al mondo la bellezza, il vigore e la devozione della nostra terra”.













