Viaggio a Pantelleria, dove anche l’umanità è patrimonio
La costa nera frastagliata, lo scenografico Specchio di Venere, la vite ad alberello e i muretti a secco, la perla nera del Mediterraneo, tra la Sicilia e l’Africa, incanta per fascino e bellezza
di Ornella Reitano
27 Luglio 2022
27 Luglio 2022
A 85 chilometri dalla penisola tunisina di Capo Bon affiora una delle più belle isole di Sicilia e di tutto il Mediterraneo: Pantelleria incanta e seduce per il suo essere unica. Detta anche “l’isola del vento” e “la perla nera del Mediterraneo” per la sua origine vulcanica, è la quinta isola più grande d’Italia e vanta ben due patrimoni Unesco e un’iscrizione nel Registro nazionale dei Paesaggi rurali storici.
Affascina e ammalia già quando la si scorge dall’oblò dell’aereo. La costa nera frastagliata; lo scenografico Specchio di Venere in cui la dea dell’amore e della bellezza trovò qui, in un lago vulcanico e termale, il luogo ideale in cui potersi ammirare; il nero della lava che esalta il giallo della ginestra e il verde della vegetazione che con ostinazione e perseveranza si fa strada anche grazie al lavoro sapiente dell’uomo.Di certo non è la sola isola vulcanica in Sicilia degna di nota, ma di certo è unica nel suo genere. Non a caso la pratica agricola della vite ad alberello (nel 2014) e l’arte dei muretti a secco (nel 2019) sono stati dichiarati dall’Unesco patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Sono opera dell’adattamento dell’uomo in un terreno piuttosto arido, molto fertile ma soggetto a forti venti di scirocco e maestrale. I panteschi hanno saputo trovare un sistema che non altera la storia e l’identità dei luoghi ma li esalta e li valorizza.La coltivazione ad alberello (vitigno a bacca bianca Zibibbo) è una tecnica molto antica e tramandata nei secoli per via orale. Consiste nel tenere le piante ad altezza d’uomo e nel metterle al riparo dal clima spesso ventoso e sfavorevole circoscrivendo una conca tutt’attorno via via che la pianta cresce. I muretti a secco, invece, sono presenti sull’isola sin dall’epoca fenicia e poi ereditati dai saraceni, arabi e bizantini. La tecnica viene detta a secco perché ogni singola pietra viene squadrata a mano e incastrata con le altre senza alcun utilizzo di malta.Ma non solo muretti e terrazzamenti, con questa tecnica vengono realizzate le tipiche case pantesche: i dammusi, caratterizzati da tetti a cupola bianca per la raccolta di acqua piovana. Sono presenti in tutta l’isola e oltre ad essere testimoni di una particolare tipologia e tecnica costruttiva sono fruibili anche dai turisti grazie alla riconversione in strutture ricettive. La realizzazione dei muretti a secco per preservare le piante e di terrazzamenti per sfruttare anche i terreni più in pendenza rendono Pantelleria uno dei luoghi in cui uomo e natura trovano un’intesa perfetta. Nel 2018 il paesaggio della pietra a secco di Pantelleria è stato iscritto nel Registro nazionale dei Paesaggi rurali storici.Pantelleria non è solo mare, cibo e passito. Il territorio, per l’80 per cento, dal 2016, è Parco nazionale che con i suoi 21 sentieri per un totale di 100 chilometri offre una varietà di itinerari tematici percorribili in autonomia o con guide ufficiali. Quello più panoramico è sicuramente l’itinerario di Montagna Grande lungo i sentieri 971-971-971C che conducono alla parte più alta dell’isola dopo aver superato un dislivello di 460 metri distribuiti su 8 chilometri. Camminando fino alla vetta si può godere di una vista meravigliosa dell’isola e della vicina costa africana.Ma tanti altri sono i percorsi da non perdere come quello che da Cala Cinque Denti attraversa il laghetto delle Ondine dove potersi ristorare immergendosi nelle sue fresche acque e poi continuare fino al museo vulcanologico. Per tutti gli altri percorsi, si può consultare il sito internet del parco per valutare la destinazione e i relativi livelli di difficoltà e soprattutto per conoscere quest’isola riservandosi il piacere della scoperta.Un’isola in cui “anche l’umanità è patrimonio” e dove, per chi arriva in aereo, si viene accolti con legni di imbarcazioni, testimonianza del dramma dei migranti e la frase “al di là dei muri e delle frontiere”. Di tutto questo non si può non sentire di farne parte.(Foto di Ornella Reitano)A 85 chilometri dalla penisola tunisina di Capo Bon affiora una delle più belle isole di Sicilia e di tutto il Mediterraneo: Pantelleria incanta e seduce per il suo essere unica. Detta anche “l’isola del vento” e “la perla nera del Mediterraneo” per la sua origine vulcanica, è la quinta isola più grande d’Italia e vanta ben due patrimoni Unesco e un’iscrizione nel Registro nazionale dei Paesaggi rurali storici.
Affascina e ammalia già quando la si scorge dall’oblò dell’aereo. La costa nera frastagliata; lo scenografico Specchio di Venere in cui la dea dell’amore e della bellezza trovò qui, in un lago vulcanico e termale, il luogo ideale in cui potersi ammirare; il nero della lava che esalta il giallo della ginestra e il verde della vegetazione che con ostinazione e perseveranza si fa strada anche grazie al lavoro sapiente dell’uomo.Di certo non è la sola isola vulcanica in Sicilia degna di nota, ma di certo è unica nel suo genere. Non a caso la pratica agricola della vite ad alberello (nel 2014) e l’arte dei muretti a secco (nel 2019) sono stati dichiarati dall’Unesco patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Sono opera dell’adattamento dell’uomo in un terreno piuttosto arido, molto fertile ma soggetto a forti venti di scirocco e maestrale. I panteschi hanno saputo trovare un sistema che non altera la storia e l’identità dei luoghi ma li esalta e li valorizza.La coltivazione ad alberello (vitigno a bacca bianca Zibibbo) è una tecnica molto antica e tramandata nei secoli per via orale. Consiste nel tenere le piante ad altezza d’uomo e nel metterle al riparo dal clima spesso ventoso e sfavorevole circoscrivendo una conca tutt’attorno via via che la pianta cresce. I muretti a secco, invece, sono presenti sull’isola sin dall’epoca fenicia e poi ereditati dai saraceni, arabi e bizantini. La tecnica viene detta a secco perché ogni singola pietra viene squadrata a mano e incastrata con le altre senza alcun utilizzo di malta.Ma non solo muretti e terrazzamenti, con questa tecnica vengono realizzate le tipiche case pantesche: i dammusi, caratterizzati da tetti a cupola bianca per la raccolta di acqua piovana. Sono presenti in tutta l’isola e oltre ad essere testimoni di una particolare tipologia e tecnica costruttiva sono fruibili anche dai turisti grazie alla riconversione in strutture ricettive. La realizzazione dei muretti a secco per preservare le piante e di terrazzamenti per sfruttare anche i terreni più in pendenza rendono Pantelleria uno dei luoghi in cui uomo e natura trovano un’intesa perfetta. Nel 2018 il paesaggio della pietra a secco di Pantelleria è stato iscritto nel Registro nazionale dei Paesaggi rurali storici.Pantelleria non è solo mare, cibo e passito. Il territorio, per l’80 per cento, dal 2016, è Parco nazionale che con i suoi 21 sentieri per un totale di 100 chilometri offre una varietà di itinerari tematici percorribili in autonomia o con guide ufficiali. Quello più panoramico è sicuramente l’itinerario di Montagna Grande lungo i sentieri 971-971-971C che conducono alla parte più alta dell’isola dopo aver superato un dislivello di 460 metri distribuiti su 8 chilometri. Camminando fino alla vetta si può godere di una vista meravigliosa dell’isola e della vicina costa africana.Ma tanti altri sono i percorsi da non perdere come quello che da Cala Cinque Denti attraversa il laghetto delle Ondine dove potersi ristorare immergendosi nelle sue fresche acque e poi continuare fino al museo vulcanologico. Per tutti gli altri percorsi, si può consultare il sito internet del parco per valutare la destinazione e i relativi livelli di difficoltà e soprattutto per conoscere quest’isola riservandosi il piacere della scoperta.Un’isola in cui “anche l’umanità è patrimonio” e dove, per chi arriva in aereo, si viene accolti con legni di imbarcazioni, testimonianza del dramma dei migranti e la frase “al di là dei muri e delle frontiere”. Di tutto questo non si può non sentire di farne parte.(Foto di Ornella Reitano)














