◉ MESSINA
La chiesetta dei Cavalieri affacciata sullo Jonio
Tra i vicoli di Savoca, borgo arroccato sui Peloritani, esiste un angolo dimenticato dove la storia si intreccia alla leggenda. Nel quartiere di San Giovanni, i ruderi di un'antica chiesa e di un ospedale svelano il legame tra la comunità e i potenti ordini religiosi medievali, un patrimonio custodito tra archivi inaccessibili e la memoria di pochi studiosi
di Laura Toscano
18 Marzo 2026
Siamo circondati da mondi veloci e generazioni insoddisfatte, il che dà vita ad una forma costante di malessere ignorante che, a sua volta, porta alla ricerca di luoghi idilliaci. Una premessa pessimista che il più delle volte genera scoperte. È il caso di Savoca, degli stranieri che estate e inverno premono per visitarla e dei siciliani che all’improvviso se ne innamorano, indagandone il passato e costruendone il futuro, come si fa prima dei passi importanti.
Cronisti, visitatori e narratori pur di ricavarne una storia da raccontare, hanno alterato verità storiche e leggende, ma Savoca, a ben difesa, è rimasta un mistero protetto da simboli, rovine e manoscritti ben custoditi (e non consultabili) degli uomini illustri del tempo.
Case vacanza, ristoranti, bar, negozietti di souvenir e un ottimo panificio, sono quasi obbligati ad accogliere gli ospiti che fanno tappa in paese (come da programma) con gentilezza e leggerezza. “Obbligati” perché ad attenderli sarà una lunga storia in cui non sono ammesse distrazioni da vacanzieri. All’inizio si respira l’aria delle sette facce di Savoca, così definita da Sciascia per la sua anima multiforme. Si apprezzano i racconti degli abitanti su questo o quel modo di dire e si cerca di ripetere una parola in siciliano. Poi piazza Fossia, un ritrovo panoramico che fa il giro del mondo per il suo sfondo a prova d’artista. Londra, New York, Berlino, Parigi, le foto girano e Savoca viene presentata o ritrovata. È certo che nelle abitazioni di queste città, lontane dalla storia e dalle tradizioni siciliane, esiste un pezzo di Savoca rubato al monastero dei Santissimi Pietro e Paolo (esempio di architettura siculo-normanna) in seguito alla soppressione monastica del 1866, quando antiquari stranieri aprirono un giro d’affari per dilaniare l’immenso patrimonio artistico esistente, in particolare quadri e manoscritti greci e latini.
Passeggiare a Savoca è provare la sensazione di essere già stati toccati dalla sua storia, direttamente o indirettamente, ma prima di addentrarsi in semplici curiosità o grandi ricerche (per quella minuscola parte di custodi della cultura), bisogna fare un passo indietro ed immaginare la realtà di un tempo. In questo, le cartoline esposte davanti ai negozi di souvenir, possono aiutare ma anche dirottare su storie romanzate o leggende convenienti, perché la storia vera è sepolta da due fattori: il tempo che passa e la decadenza culturale.
Il potere dell’Archimandrita di Messina e “La Lucia” folkloristica del 1300, ad esempio, sembrano sopravvivere a mala pena ed in maniera confusa nella memoria delle nuove generazioni e con loro, altre mille pietre che tacciono per chi non è mai stato educato all’inciampare nella storia. Per tutte le vie di Savoca, non si fa altro che andare alla ricerca di quel posto “famoso per…” e non ci si ferma mai ad osservare la storia che ci circonda. La strada che accoglie lunghi discorsi, risate e selfie, è piuttosto recente (anni’80) poiché rientrava nel lungo ed importante programma di interventi infrastrutturali, ma cosa c’era prima?
Potrebbe essere una domanda sterile, eppure i resti del Medioevo destano ancora interesse. Storici come Santo Lombardo e artisti come il Enrico Salemi, rappresentano autentici custodi della storia di questo borgo, curandone pagine e archivi personalmente e lasciando un patrimonio inestimabile per originalità e particolari. Il loro lavoro parla di una terra che non esiste più, se non sulla bocca di passanti appassionati di verità.
Una pagina di storia in cui Savoca era il posto dove tenere al sicuro le famiglie, dove due porte a scopo difensivo (con cancelli di ferro) venivano aperte all’alba e chiuse al tramonto, una città dove le famiglie Nicotina, Crisafulli, Toscano, Prestipino, Trimarchi, Fleres, Salvadore, Coglituri e Trischitta risiedevano tra palazzi nobiliari e luoghi costruiti per la loro remissione dei peccati: le chiese.
Ancora oggi le rovine aiutano l’immaginazione fino a ricostruire un’importante realtà dominata da un castello (Pentefur) e ordini religiosi, punti fermi nel passare dei secoli. Una rovina in particolare e sconosciuta, si trova nel quartiere di San Giovanni: la chiesa di San Giovanni Battista. Da qui è passato il mondo con le sue leggi e i suoi cavalieri. Tra le storie che nessuno legge, c’è questa.
San Giovanni, uno dei quartieri di Savoca situato all’estremità sud, dove sorgeva la seconda porta della città (oggi scomparsa), gode di un panorama bellissimo e pericoloso: autentico. È proprio su uno di questi dirupi che qualcuno ha voluto la costruzione della chiesa. Uno spazio che prendeva la forma del potere perché, a fare i conti con l’antichità, commissionare equivaleva ad accrescere l’immagine pubblica, politica e religiosa. I nobili volevano sfidare la morte e assicurarsi un posto in paradiso, il popolo aveva bisogno di un posto dove lasciar sfogo alla disperazione dettata da povertà e malattie e, soprattutto, tutti desideravano una degna sepoltura (i ricchi dentro le chiese, i poveri fuori ma vicini a quel che si considera e considerava la luce eterna). Pare che la chiesa in questione non fosse solo un luogo di preghiera, ma una delle tante opere volute dall’ordine degli ordini: i Cavalieri Ospitalieri, più comunemente conosciuti come Cavalieri di Malta.
Una storia che parte dalle crociate e arriva a Savoca, o meglio, tra gli uomini di Savoca. Uno o tanti di loro ne facevano parte e non è un segreto che questo borgo sia pieno di storie vere (leggende a parte). I nomi sono lì, in mezzo ad elenchi inaccessibili di archivi storici protetti. A Palermo, a Roma e negli Archivi de la Corona de Aragon a Barcellona o all’Històrico Nacional a Madrid, c’è qualcosa che parla della Sicilia ed in particolare di Savoca, degli uomini che l’hanno resa grande.
Ma l’attenzione va oltre la chiesa. Al di là della navata unica e delle continue modifiche visibili sul portale d’ingresso, che invita ad osservare materiali e architettura scelti per resistere nel tempo, c’è una fonte scritta che parla di un antico ospedale annesso a questa struttura. A dimostrazione dell’esistenza di quest’ultimo, una piccola costruzione di tre stanze sorge lì vicino. Immaginando di non essere divisi dalla strada moderna, chiesa ed ospedale si trovavano non lontani dai palazzi e rappresentavano una florida vita sociale e culturale di Savoca. Il linguista Giuseppe Trischitta ne ha scritto nel 1918: “Era, intorno a quel tempo, la Terra divisa in quartieri: Sant’Antonio e San Giovanni, dove era l’ospedale, di cui oggi si vedono i ruderi”. Naturalmente privato, l’ospedale non era concepito come luogo per le cure dei malati, piuttosto un ostello in cui pellegrini, affamati, malati e religiosi venivano assistiti. Facendosi guidare e dalle fonti orali e dagli storici contemporanei che, con gli altri abitanti del luogo hanno contribuito al rendere vivo il ricordo della chiesa, si intravede quel che resta di una storia dimenticata.












