◉ ARTE
A Palermo la scultura dà colore all’invisibile, in mostra l’arte di Gabriella Furno
Fino al 29 luglio nelle sale di Palazzo Cefalà tre monumentali opere in cui il corpo femminile è ripensato con sensibilità e gestualità materica. L'esposizione è curata da Sergio Poggianella
di Roberto Bilotti
28 Luglio 2026
28 Luglio 2026
Ultimi giorni per visitare una grande mostra: “Le dee dell’aria – Colorare l’invisibile” è l’esposizione dedicata alle opere della scultrice Gabriella Furno, a cura di Sergio Poggianella, in corso fino al 29 luglio nelle sale di Palazzo Cefalà a Palermo. L’arte contemporanea fa così rivivere, ancora una volta, gli antichi spazi palermitani: il palazzo di via Alloro – la cui facciata bicroma in pietra calcarea e basalto lavico è una preziosa testimonianza architettonica trecentesca dei committenti pisani trasferitisi in età aragonese – diventa il palcoscenico ideale per una riflessione viscerale sul nostro presente.
Tre monumentali figure scultoree femminili si impongono nello spazio, catturando lo sguardo attraverso posizioni dinamiche e una sequenza cromatica vibrante. Il blu, il giallo e il rosso vestono queste donne: colori che non sono mera decorazione, ma pura energia vitale che manifesta l’urgenza di raccontare la privazione dell’identità e la minaccia della violenza contemporanea. In questo lavoro, il corpo femminile è ripensato con profonda sensibilità e con una forte gestualità materica, offrendo una visione critica che si staglia nello spazio attraverso un linguaggio diretto. Non si tratta di figure astratte, né di opere alla ricerca di una compiacente o fragile delicatezza classica. Al contrario, questi corpi realistici e fisici pongono sfide e interrogativi, diventando un campo di altissima tensione morale tra identità, trauma e sopravvivenza. Conservano una straordinaria consapevolezza anatomica ed emotiva, ma si trasformano in vere e proprie “corazze”, pronte a resistere alle ferite della storia.
Nel descrivere il cuore del progetto, il curatore Sergio Poggianella sottolinea come l’arte di Furno recuperi una dimensione primigenia e spirituale: “C’è un momento preciso in cui l’archetipo smette di essere memoria polverosa e si fa carne, materia, spazio. Accade quando l’arte contemporanea decide di non rinunciare al mistero, riscoprendo la sua vocazione rituale”. Nelle sculture di Furno, modellate dai ricordi dell’esilio e dal dramma dei migranti, “il corpo umano diventa un archivio sensibile di memorie collettive e ritualità sociali”, un tramite necessario affinché “la scultura torna a farsi carico delle nostre ferite collettive e delle nostre aspirazioni celesti”.
Anche la critica Micaela Sposito analizza questo intenso processo creativo, un viaggio materico che parte dal fango per arrivare al metallo sfidando lo sguardo di chi osserva. “Modellare la creta per Furno è un atto di scavo”, nota Sposito, evidenziando come l’artista si concentri “sulla singolarità del soggetto oppresso”. Riflettendo sul dramma di chi attraversa il Mediterraneo, la critica spiega come “la scultura traduce in tensione muscolare […] lo sforzo immane del corpo migrante che approda esausto sulle coste siciliane”. Attraverso il distacco e la successiva fusione nel metallo, “la scultura si fa così monumento alla diaspora”, in una “ricerca ostinata di una verità somatica che, sola, può indicare la via verso un altrove possibile”.
Ultimi giorni per visitare una grande mostra: “Le dee dell’aria – Colorare l’invisibile” è l’esposizione dedicata alle opere della scultrice Gabriella Furno, a cura di Sergio Poggianella, in corso fino al 29 luglio nelle sale di Palazzo Cefalà a Palermo. L’arte contemporanea fa così rivivere, ancora una volta, gli antichi spazi palermitani: il palazzo di via Alloro – la cui facciata bicroma in pietra calcarea e basalto lavico è una preziosa testimonianza architettonica trecentesca dei committenti pisani trasferitisi in età aragonese – diventa il palcoscenico ideale per una riflessione viscerale sul nostro presente.
Tre monumentali figure scultoree femminili si impongono nello spazio, catturando lo sguardo attraverso posizioni dinamiche e una sequenza cromatica vibrante. Il blu, il giallo e il rosso vestono queste donne: colori che non sono mera decorazione, ma pura energia vitale che manifesta l’urgenza di raccontare la privazione dell’identità e la minaccia della violenza contemporanea. In questo lavoro, il corpo femminile è ripensato con profonda sensibilità e con una forte gestualità materica, offrendo una visione critica che si staglia nello spazio attraverso un linguaggio diretto. Non si tratta di figure astratte, né di opere alla ricerca di una compiacente o fragile delicatezza classica. Al contrario, questi corpi realistici e fisici pongono sfide e interrogativi, diventando un campo di altissima tensione morale tra identità, trauma e sopravvivenza. Conservano una straordinaria consapevolezza anatomica ed emotiva, ma si trasformano in vere e proprie “corazze”, pronte a resistere alle ferite della storia.
Nel descrivere il cuore del progetto, il curatore Sergio Poggianella sottolinea come l’arte di Furno recuperi una dimensione primigenia e spirituale: “C’è un momento preciso in cui l’archetipo smette di essere memoria polverosa e si fa carne, materia, spazio. Accade quando l’arte contemporanea decide di non rinunciare al mistero, riscoprendo la sua vocazione rituale”. Nelle sculture di Furno, modellate dai ricordi dell’esilio e dal dramma dei migranti, “il corpo umano diventa un archivio sensibile di memorie collettive e ritualità sociali”, un tramite necessario affinché “la scultura torna a farsi carico delle nostre ferite collettive e delle nostre aspirazioni celesti”.
Anche la critica Micaela Sposito analizza questo intenso processo creativo, un viaggio materico che parte dal fango per arrivare al metallo sfidando lo sguardo di chi osserva. “Modellare la creta per Furno è un atto di scavo”, nota Sposito, evidenziando come l’artista si concentri “sulla singolarità del soggetto oppresso”. Riflettendo sul dramma di chi attraversa il Mediterraneo, la critica spiega come “la scultura traduce in tensione muscolare […] lo sforzo immane del corpo migrante che approda esausto sulle coste siciliane”. Attraverso il distacco e la successiva fusione nel metallo, “la scultura si fa così monumento alla diaspora”, in una “ricerca ostinata di una verità somatica che, sola, può indicare la via verso un altrove possibile”.









