◉ RIGENERAZIONE
Il nuovo volto dell’ex Cotonificio di Palermo tra cultura, sport e verde
Spazi per coworking, auditorium, campi sportivi, orti urbani, ristoranti e persino un teatro all’aperto: dopo cinquant’anni di abbandono, gli spazi dell’ex complesso industriale di Partanna Mondello puntano a rinascere grazie a un progetto da 27 milioni di euro che li trasformerà in un moderno centro polifunzionale
di Giulio Giallombardo
5 Agosto 2026
5 Agosto 2026
Una città nella città. Un nuovo quartiere a energia zero, esteso per oltre cinque ettari, dove trovano spazio giardini, orti urbani, scuole, auditorium, palestre, campi sportivi, uffici e anche un teatro all’aperto. Un sogno urbanistico che potrebbe avverarsi tra gli enormi capannoni abbandonati dove, fino a 50 anni fa, si filava il cotone. È la visione polimorfica che ha ispirato il progetto di fattibilità per la riqualificazione dell’area dell’ex Cotonificio Siciliano di Partanna Mondello, nei quartieri nord di Palermo. L’idea è di una grande area polifunzionale, che andrebbe a colmare in parte la carenza di servizi presenti nella zona, rilanciando un bene di archeologia industriale che lo storico Bruno Zevi definì tra i migliori esempi in Italia.
Il progetto, che prevede un investimento di 27 milioni di euro, è stato affidato dalla Regione Siciliana, proprietaria del bene, al Gruppo di Progettazione D’Amico, composto dall’architetto Alessandro D’Amico e dalle società Vedra Srl e Studio Lauria, con l’architetto Marco Di Trapani e il geologo Sergio Dolfin. Il concorso di progettazione in due fasi, voluto nel 2022 dall’allora governatore Nello Musumeci, aveva l’obiettivo di ridisegnare il futuro di un’area di oltre 13mila metri quadrati, inutilizzata da quasi quarant’anni. Un iter che ha avuto un’ultima accelerazione alla fine del 2025, quando è stata ufficializzata l’aggiudicazione del concorso di progettazione.
Il progetto: un centro polifunzionale per tutta la città
Il progetto di fattibilità si basa su un criterio di intervento misurato e consapevole, con l’obiettivo di restituire alla città un grande reperto di archeologia industriale. L’edificio principale, l’ex filatura, copre da solo la superficie di un ettaro e cinquanta metri quadrati. “Il criterio del progetto – spiega a Le Vie dei Tesori, Alessandro D’Amico – è elaborare un modulo base, una sorta di casetta, che viene assemblata in tante modalità, costituendo così i vari tipi di edifici: scuola, coworking, laboratorio e quant’altro. Può essere implementato, modificato, e questo crea l’idea di una città nella città”.
L’articolazione funzionale del centro – si legge nella relazione tecnica – è stata studiata in rapporto ai collegamenti interni e alla relazione con la viabilità della zona. L’area a sud, accessibile da via Partanna, assume la forma di un microcosmo urbano, con una piazza per eventi collettivi e mercato settimanale sulla quale si affacciano l’edificio B, destinato a bar e ristorante, e l’edificio C, che ospiterà un centro per anziani con uffici comunali al primo livello. Più a est, l’edificio D diventa una palestra dotata di gradinata, utilizzabile anche come piccolo auditorium. Sulla piazza si prevede anche un anfiteatro parzialmente incassato nel terreno, modellato dal verde, da utilizzare come spazio per spettacoli o cinema all’aperto.
Sul fronte nord, invece, sono previsti parcheggi a raso, impianti sportivi polifunzionali posizionati sulla copertura di un parcheggio interrato a tre livelli della capacità di 240 posti auto, e un nuovo accesso dalla via Aiace, nel tratto ancora da completare. All’interno del centro, gli spazi carrabili sono separati dai percorsi pedonali e ciclabili, che collegano i due ingressi e servono tutte le aree.
L’edificio A: flessibilità e modularità
Il cuore del progetto è l’edificio A, dove sorgono ancora i capannoni dell’ex filatura, che per le sue eccezionali caratteristiche di luminosità, flessibilità spaziale e considerevole dimensione ospiterà diverse funzioni. Al suo interno, ricavate dall’assemblaggio di un modulo base in acciaio, troveranno spazio un’area di coworking, una ludoteca corredata da due piccoli giardini, una biblioteca, laboratori teatrali, spazi commerciali, un’area espositiva dotata di sala immersiva, un bar e un punto ristoro. Completano il programma un auditorium della capienza di circa 120 posti e un percorso di collegamento concepito come un giardino interno, dotato di alberature, aree verdi e sedute.
“Il progetto di riuso dell’ex edificio della Filatura compone tre differenti criteri – si legge nella relazione tecnica –: consolidamento delle strutture; demolizione tramezzature interne e realizzazione rete impiantistica; realizzazione di padiglioni interni mediante assemblaggio di moduli indipendenti”. La proposta progettuale occupa solo il 55 per cento dello spazio disponibile, con installazioni adattabili e totalmente reversibili, garantendo così una flessibilità d’uso nel tempo. Parte delle arcate poste nelle testate nord e sud sono state liberate dalle murature di tamponamento, realizzando ampi portici di ingresso, mentre lungo la navata est si sviluppa una galleria porticata che ospita il giardino inclusivo, quello sensoriale e delle sculture.
Il sistema del verde: una linea del tempo botanica
L’elemento vegetale è essenziale del progetto. Il parco attrezzato polifunzionale, esteso quasi 7 mila metri quadrati, costituisce il tessuto connettivo degli spazi esterni. “Noi andiamo a smaterializzare certe parti dell’edificio – racconta D’Amico – arretriamo le pareti e lasciamo i pilastri nuovi a fare dei portici, affinché sotto si possa camminare al riparo e trovare spazi verdi di vario genere. Giardini sensoriali, tematici sui temi del tatto, dell’olfatto, dei colori, fino a congiungerti al teatro all’aperto”.
Ma è all’interno dell’edificio A che il verde assume un valore narrativo. Il percorso di visita si snoda lungo una sorta di “linea del tempo” botanica, che racconta la storia delle piante che nei secoli hanno occupato il territorio palermitano. Si parte dall’ingresso nord, dove un piccolo labirinto di piante di cotone segna l’inizio della narrazione, riportando al XII secolo quando con gli Arabi fecero ingresso in Sicilia le colture della canna da zucchero e del cotone. Proseguendo, una vasca d’acqua bordata da papiri racconta dei giardini di sollazzo che occuparono la Piana dei Colli a partire dal Seicento, per giungere poi ai piccoli patii degli agrumi, tappa fondamentale nel paesaggio agrario della zona alla fine del Settecento. Il percorso giunge infine alla piazza interna vicino all’accesso sud, dominata da un giardino tropicale che racconta l’espansione urbana e la scomparsa delle aree agricole a favore di giardini ricchi di piante provenienti da altri climi.
Un quartiere a energia zero
La riqualificazione energetica del centro è un altro pilastro del progetto. L’intero comparto è concepito secondo lo standard Nzeb (Nearly Zero Energy Building), con soluzioni innovative per la struttura edilizia e gli impianti. “Sono messe in campo tutte le tecnologie per fare sì che l’edificio si mantenga quasi da solo – spiega D’Amico –. C’è il recupero delle acque piovane, la ventilazione naturale all’interno dell’edificio, pannelli solari collocati su un’ampia costola in pendenza che riguarda l’intero comparto”.
La produzione di acqua calda e fredda sarà coadiuvata da sonde geotermiche e da un impianto fotovoltaico, mentre per il raffreddamento delle pompe di calore – spiegano i progettisti – si farà ricorso all’ampia risorsa idrica presente in falda. Il fabbisogno di energia elettrica sarà assicurato da un campo fotovoltaico e dai pannelli sulla copertura degli edifici secondari, mentre non sono previsti pannelli sulle volte dell’edificio principale per non alterarne l’estetica. Tutti gli impianti saranno concentrati nella navata ovest, accessibile dall’ingresso nord per consentire le manutenzioni senza interferenze con le attività del centro.
Il progetto prevede inoltre la raccolta delle acque piovane da tutte le coperture e dalle aree pedonali. Considerando una piovosità media annua di 500 millimetri e una superficie complessiva delle aree scolanti pari a 15 mila metri quadrati, si stima una raccolta di 7.500 metri cubi d’acqua all’anno, da utilizzare per l’irrigazione delle aree verdi e per gli scarichi dei servizi igienici.
I concorsi di architettura come strumento di qualità
“Da progettista mi fa piacere veder promuovere il concorso di architettura come strumento di individuazione del progetto di fattibilità – commenta D’Amico –. Purtroppo in Italia si fa poco ricorso ai concorsi, perché si preferiscono affidamenti diretti. Il gruppo vincitore ha saputo costruire un team multidisciplinare, associando lo studio di D’Amico, che opera sul territorio palermitano, a uno studio Vedra di Messina e allo Studio Lauria di Firenze. “Peccato che non ce ne facciano di più – aggiunge l’architeto – speriamo che a questa consegna del progetto di fattibilità segua la realizzazione dell’opera”.
La storia: un sogno industriale durato vent’anni
Per comprendere il valore di questo recupero, occorre fare un salto indietro nel tempo. Il Cotonificio Siciliano nacque nel 1952 da un’intuizione dell’imprenditore Mimì La Cavera, fondatore di Sicindustria negli anni Quaranta. In un’epoca in cui in Sicilia si coltivava cotone su circa 35 mila ettari di terreno, La Cavera scommise sulla creazione di un’industria tessile che potesse rendere l’Isola autosufficiente. Lo stabilimento, che aprì come società a partecipazione mista pubblico-privata, diede lavoro a circa seicento persone, in gran parte manodopera femminile.
Il complesso, progettato dagli architetti Pietro Ajroldi e Claudio Gioè, rappresentava la punta più avanzata dell’architettura industriale siciliana. Il grande padiglione della filatura, con la sua struttura intelaiata in cemento armato e le volte ribassate, segnava il passaggio dalla tradizione costruttiva legata ai borghi rurali alla modernità di un linguaggio ispirato a nuovi materiali. La soluzione strutturale, basata sull’iterazione di volte inclinate, consentì di eliminare le capriate e le travature orizzontali in cemento armato, potenziali depositi di polvere nociva nel processo di filatura, realizzando così uno spazio flessibile e massimizzando l’illuminazione naturale.
La vita produttiva del cotonificio, tuttavia, fu breve. Dopo appena vent’anni, lo stabilimento venne chiuso e cessò la sua attività. Per i successivi trent’anni la sua proprietà rimase un mistero burocratico, mentre la struttura, privata della copertura in amianto senza che venisse provveduto alla sostituzione con un’altra impermeabilizzazione, subiva un lento ma inesorabile degrado. Nel 2014 l’area fu sequestrata per pericolo di inquinamento ambientale, seguita da una bonifica nel 2016. Per anni si è discusso del suo futuro, con progetti contrapposti che ne ipotizzavano la demolizione per far posto a edilizia residenziale o, al contrario, il recupero come spazio per la collettività.
Oggi, grazie al concorso di progettazione, quella visione sembra destinata a concretizzarsi, anche se i tempi di realizzazione sono ancora incerti. L’ex Cotonificio Siciliano – che nel frattempo è stato inserito nel registro dei Luoghi Storici del Lavoro, all’interno del Registro delle eredità immateriali della Regione – potrebbe diventare un nuovo polo culturale e sociale per il quartiere e per l’intera città. “Il cotonificio è portatore di storia, di una vicenda che per quanto non abbia avuto seguito – conclude D’Amico – è importante non dimenticare. Una pagina che racconta una storia industriale recente, ma dalle radici antiche”.
Una città nella città. Un nuovo quartiere a energia zero, esteso per oltre cinque ettari, dove trovano spazio giardini, orti urbani, scuole, auditorium, palestre, campi sportivi, uffici e anche un teatro all’aperto. Un sogno urbanistico che potrebbe avverarsi tra gli enormi capannoni abbandonati dove, fino a 50 anni fa, si filava il cotone. È la visione polimorfica che ha ispirato il progetto di fattibilità per la riqualificazione dell’area dell’ex Cotonificio Siciliano di Partanna Mondello, nei quartieri nord di Palermo. L’idea è di una grande area polifunzionale, che andrebbe a colmare in parte la carenza di servizi presenti nella zona, rilanciando un bene di archeologia industriale che lo storico Bruno Zevi definì tra i migliori esempi in Italia.
Il progetto, che prevede un investimento di 27 milioni di euro, è stato affidato dalla Regione Siciliana, proprietaria del bene, al Gruppo di Progettazione D’Amico, composto dall’architetto Alessandro D’Amico e dalle società Vedra Srl e Studio Lauria, con l’architetto Marco Di Trapani e il geologo Sergio Dolfin. Il concorso di progettazione in due fasi, voluto nel 2022 dall’allora governatore Nello Musumeci, aveva l’obiettivo di ridisegnare il futuro di un’area di oltre 13mila metri quadrati, inutilizzata da quasi quarant’anni. Un iter che ha avuto un’ultima accelerazione alla fine del 2025, quando è stata ufficializzata l’aggiudicazione del concorso di progettazione.
Il progetto: un centro polifunzionale per tutta la città
Il progetto di fattibilità si basa su un criterio di intervento misurato e consapevole, con l’obiettivo di restituire alla città un grande reperto di archeologia industriale. L’edificio principale, l’ex filatura, copre da solo la superficie di un ettaro e cinquanta metri quadrati. “Il criterio del progetto – spiega a Le Vie dei Tesori, Alessandro D’Amico – è elaborare un modulo base, una sorta di casetta, che viene assemblata in tante modalità, costituendo così i vari tipi di edifici: scuola, coworking, laboratorio e quant’altro. Può essere implementato, modificato, e questo crea l’idea di una città nella città”.
L’articolazione funzionale del centro – si legge nella relazione tecnica – è stata studiata in rapporto ai collegamenti interni e alla relazione con la viabilità della zona. L’area a sud, accessibile da via Partanna, assume la forma di un microcosmo urbano, con una piazza per eventi collettivi e mercato settimanale sulla quale si affacciano l’edificio B, destinato a bar e ristorante, e l’edificio C, che ospiterà un centro per anziani con uffici comunali al primo livello. Più a est, l’edificio D diventa una palestra dotata di gradinata, utilizzabile anche come piccolo auditorium. Sulla piazza si prevede anche un anfiteatro parzialmente incassato nel terreno, modellato dal verde, da utilizzare come spazio per spettacoli o cinema all’aperto.
Sul fronte nord, invece, sono previsti parcheggi a raso, impianti sportivi polifunzionali posizionati sulla copertura di un parcheggio interrato a tre livelli della capacità di 240 posti auto, e un nuovo accesso dalla via Aiace, nel tratto ancora da completare. All’interno del centro, gli spazi carrabili sono separati dai percorsi pedonali e ciclabili, che collegano i due ingressi e servono tutte le aree.
L’edificio A: flessibilità e modularità
Il cuore del progetto è l’edificio A, dove sorgono ancora i capannoni dell’ex filatura, che per le sue eccezionali caratteristiche di luminosità, flessibilità spaziale e considerevole dimensione ospiterà diverse funzioni. Al suo interno, ricavate dall’assemblaggio di un modulo base in acciaio, troveranno spazio un’area di coworking, una ludoteca corredata da due piccoli giardini, una biblioteca, laboratori teatrali, spazi commerciali, un’area espositiva dotata di sala immersiva, un bar e un punto ristoro. Completano il programma un auditorium della capienza di circa 120 posti e un percorso di collegamento concepito come un giardino interno, dotato di alberature, aree verdi e sedute.
“Il progetto di riuso dell’ex edificio della Filatura compone tre differenti criteri – si legge nella relazione tecnica –: consolidamento delle strutture; demolizione tramezzature interne e realizzazione rete impiantistica; realizzazione di padiglioni interni mediante assemblaggio di moduli indipendenti”. La proposta progettuale occupa solo il 55 per cento dello spazio disponibile, con installazioni adattabili e totalmente reversibili, garantendo così una flessibilità d’uso nel tempo. Parte delle arcate poste nelle testate nord e sud sono state liberate dalle murature di tamponamento, realizzando ampi portici di ingresso, mentre lungo la navata est si sviluppa una galleria porticata che ospita il giardino inclusivo, quello sensoriale e delle sculture.
Il sistema del verde: una linea del tempo botanica
L’elemento vegetale è essenziale del progetto. Il parco attrezzato polifunzionale, esteso quasi 7 mila metri quadrati, costituisce il tessuto connettivo degli spazi esterni. “Noi andiamo a smaterializzare certe parti dell’edificio – racconta D’Amico – arretriamo le pareti e lasciamo i pilastri nuovi a fare dei portici, affinché sotto si possa camminare al riparo e trovare spazi verdi di vario genere. Giardini sensoriali, tematici sui temi del tatto, dell’olfatto, dei colori, fino a congiungerti al teatro all’aperto”.
Ma è all’interno dell’edificio A che il verde assume un valore narrativo. Il percorso di visita si snoda lungo una sorta di “linea del tempo” botanica, che racconta la storia delle piante che nei secoli hanno occupato il territorio palermitano. Si parte dall’ingresso nord, dove un piccolo labirinto di piante di cotone segna l’inizio della narrazione, riportando al XII secolo quando con gli Arabi fecero ingresso in Sicilia le colture della canna da zucchero e del cotone. Proseguendo, una vasca d’acqua bordata da papiri racconta dei giardini di sollazzo che occuparono la Piana dei Colli a partire dal Seicento, per giungere poi ai piccoli patii degli agrumi, tappa fondamentale nel paesaggio agrario della zona alla fine del Settecento. Il percorso giunge infine alla piazza interna vicino all’accesso sud, dominata da un giardino tropicale che racconta l’espansione urbana e la scomparsa delle aree agricole a favore di giardini ricchi di piante provenienti da altri climi.
Un quartiere a energia zero
La riqualificazione energetica del centro è un altro pilastro del progetto. L’intero comparto è concepito secondo lo standard Nzeb (Nearly Zero Energy Building), con soluzioni innovative per la struttura edilizia e gli impianti. “Sono messe in campo tutte le tecnologie per fare sì che l’edificio si mantenga quasi da solo – spiega D’Amico –. C’è il recupero delle acque piovane, la ventilazione naturale all’interno dell’edificio, pannelli solari collocati su un’ampia costola in pendenza che riguarda l’intero comparto”.
La produzione di acqua calda e fredda sarà coadiuvata da sonde geotermiche e da un impianto fotovoltaico, mentre per il raffreddamento delle pompe di calore – spiegano i progettisti – si farà ricorso all’ampia risorsa idrica presente in falda. Il fabbisogno di energia elettrica sarà assicurato da un campo fotovoltaico e dai pannelli sulla copertura degli edifici secondari, mentre non sono previsti pannelli sulle volte dell’edificio principale per non alterarne l’estetica. Tutti gli impianti saranno concentrati nella navata ovest, accessibile dall’ingresso nord per consentire le manutenzioni senza interferenze con le attività del centro.
Il progetto prevede inoltre la raccolta delle acque piovane da tutte le coperture e dalle aree pedonali. Considerando una piovosità media annua di 500 millimetri e una superficie complessiva delle aree scolanti pari a 15 mila metri quadrati, si stima una raccolta di 7.500 metri cubi d’acqua all’anno, da utilizzare per l’irrigazione delle aree verdi e per gli scarichi dei servizi igienici.
I concorsi di architettura come strumento di qualità
“Da progettista mi fa piacere veder promuovere il concorso di architettura come strumento di individuazione del progetto di fattibilità – commenta D’Amico –. Purtroppo in Italia si fa poco ricorso ai concorsi, perché si preferiscono affidamenti diretti. Il gruppo vincitore ha saputo costruire un team multidisciplinare, associando lo studio di D’Amico, che opera sul territorio palermitano, a uno studio Vedra di Messina e allo Studio Lauria di Firenze. “Peccato che non ce ne facciano di più – aggiunge l’architeto – speriamo che a questa consegna del progetto di fattibilità segua la realizzazione dell’opera”.
La storia: un sogno industriale durato vent’anni
Per comprendere il valore di questo recupero, occorre fare un salto indietro nel tempo. Il Cotonificio Siciliano nacque nel 1952 da un’intuizione dell’imprenditore Mimì La Cavera, fondatore di Sicindustria negli anni Quaranta. In un’epoca in cui in Sicilia si coltivava cotone su circa 35 mila ettari di terreno, La Cavera scommise sulla creazione di un’industria tessile che potesse rendere l’Isola autosufficiente. Lo stabilimento, che aprì come società a partecipazione mista pubblico-privata, diede lavoro a circa seicento persone, in gran parte manodopera femminile.
Il complesso, progettato dagli architetti Pietro Ajroldi e Claudio Gioè, rappresentava la punta più avanzata dell’architettura industriale siciliana. Il grande padiglione della filatura, con la sua struttura intelaiata in cemento armato e le volte ribassate, segnava il passaggio dalla tradizione costruttiva legata ai borghi rurali alla modernità di un linguaggio ispirato a nuovi materiali. La soluzione strutturale, basata sull’iterazione di volte inclinate, consentì di eliminare le capriate e le travature orizzontali in cemento armato, potenziali depositi di polvere nociva nel processo di filatura, realizzando così uno spazio flessibile e massimizzando l’illuminazione naturale.
La vita produttiva del cotonificio, tuttavia, fu breve. Dopo appena vent’anni, lo stabilimento venne chiuso e cessò la sua attività. Per i successivi trent’anni la sua proprietà rimase un mistero burocratico, mentre la struttura, privata della copertura in amianto senza che venisse provveduto alla sostituzione con un’altra impermeabilizzazione, subiva un lento ma inesorabile degrado. Nel 2014 l’area fu sequestrata per pericolo di inquinamento ambientale, seguita da una bonifica nel 2016. Per anni si è discusso del suo futuro, con progetti contrapposti che ne ipotizzavano la demolizione per far posto a edilizia residenziale o, al contrario, il recupero come spazio per la collettività.
Oggi, grazie al concorso di progettazione, quella visione sembra destinata a concretizzarsi, anche se i tempi di realizzazione sono ancora incerti. L’ex Cotonificio Siciliano – che nel frattempo è stato inserito nel registro dei Luoghi Storici del Lavoro, all’interno del Registro delle eredità immateriali della Regione – potrebbe diventare un nuovo polo culturale e sociale per il quartiere e per l’intera città. “Il cotonificio è portatore di storia, di una vicenda che per quanto non abbia avuto seguito – conclude D’Amico – è importante non dimenticare. Una pagina che racconta una storia industriale recente, ma dalle radici antiche”.


















