Quasimodo dalla penna al pennello: quei 27 dipinti rinchiusi nel caveau di una banca

Il poeta di Modica, tornato attuale dopo gli ultimi esami di Maturità, realizzò negli anni ’50 una serie di gouaches poi donate a un amico. Un incontro casuale con la pittura raccontato dal figlio Alessandro

di Carola Arrivas Bajardi

6 Luglio 2023

C’è un filo rosso che lega la poesia di Salvatore Quasimodo ai segni astratti di 27 insospettabili gouaches, che lui stesso realizza nel ’53, immerso nello stimolante clima culturale di ricerche astratte e informali che caratterizza la Milano negli anni Cinquanta del secolo scorso. Sarà questo l’unico momento in cui il poeta siciliano si esprimerà attraverso la pittura. Oggi quei dipinti sono conservati nel caveau di una banca tedesca, anche se delle fedeli riproduzioni a laser sono esposte al museo allestito nella casa natale del poeta a Modica.

Riproduzioni delle gouaches nella Casa-museo Quasimodo a Modica (foto Carola Arrivas Bajardi)

L’essenzialità e l’immediatezza espressiva dei suoi versi, specialmente di quelli definiti “ermetici”, trovano in queste gouaches, una perfetta sintonia nel segno astratto. In questo passaggio dalla composizione poetica a quella pittorica, in cui cambiano i mezzi e le modalità espressive, la tensione del poeta verso l’assoluto rimane intatta, immutata. Quasimodo assolutizza il gesto pittorico nello stesso modo in cui lo fa con la parola. Il suo è un procedere per immagini, dove l’immediatezza dei gesti ha lo stesso valore dei vuoti e dove le pause hanno lo stesso valore delle parole. L’estrema rapidità esecutiva della tecnica a gouache, simile all’acquerello ma più densa e opaca nel risultato finale, si sposa perfettamente con il suo gesto pittorico, che ha la stessa immediatezza della parola ermetica, priva di punteggiatura.

Salvatore Quasimodo nel 1959

L’espressione dell’universo interiore del poeta scaturisce, quindi, in una suggestione di immagini che hanno origine da riflessioni profondissime, iniziate da ragazzo sulla spiaggia di Gela “con molti sogni nei pugni stretti nel petto” e proseguite con lo studio dei lirici greci, che egli ha magistralmente tradotto rendendoli più “moderni” e godibili.La parentesi pittorica arriva per caso nella vita del poeta, ed egli vi si immerge, quasi per gioco. Che Quasimodo preferisca frequentare i circoli artistici della Milano anni ’50 e ’60 anziché i colleghi poeti, non è affatto un mistero, dato che con questi ultimi la polemica e la competizione si sostituiscono costantemente al riconoscimento dei singoli valori. Persino l’assegnazione del Nobel per la letteratura nel ’59 si trasformerà in una polemica ingenerosa da parte di Ungaretti e Montale rimasti a mani vuote.

Gouache abbinata alla poesia “Ed è subito sera”(foto Carola Arrivas Bajardi)

Con gli artisti non ci sono queste gelosie e in particolare con gli amici più stretti: Giacomo Manzù, Renato Guttuso e Domenico Cantatore. Con il conterraneo Guttuso poi vi è un rapporto “molto più che amichevole, quasi un amore, nel senso che c’era tra di loro una grande sintonia di pensiero, testimoniata anche dalle lettere di Guttuso, molto esplicite” ci racconta il figlio Alessandro, nato dal legame del poeta con la poliedrica artista Maria Cumani. Non a caso nel ’52 Quasimodo pubblica con Einaudi una traduzione di poesie di Pablo Neruda con illustrazioni di Renato Guttuso. “Fu aiutato nella traduzione da mia madre che aveva due fratelli in Spagna… ha avuto una roccia vicino a lui e non sempre si è comportato nel modo giusto”, afferma Alessandro.

Gouache abbinata alla poesia “Rifugio d’uccelli notturni” della raccolta “Acque e terre” (foto Carola Arrivas Bajardi)

Quasimodo, dunque, negli anni ‘50 frequentava assiduamente il mondo delle arti visive. Nascevano collaborazioni interessanti e per molti artisti, tra cui De Chirico, Sotilis, Messina, Cantatore, Fontana e Manzù, scriveva diverse recensioni critiche, poi raccolte nel volume postumo “Visti da Salvatore Quasimodo” (edizioni Trentadue). Nonostante ciò egli si definirà sempre un poeta e null’altro. “Ma io non sono un critico, sono uno spettatore, un occhio, talvolta, senza pietà”, scrive nel 1950 in “Antologia di otto pittori”.

Alessandro Quasimodo (foto Trenetwally, Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0)

Ma qual è la storia di queste 27 gouaches e come la casualità di accadimenti minimi abbia potuto influenzare il corso più grande degli eventi, ce lo racconta il figlio Alessandro, che all’epoca aveva 14 anni. “Un giorno l’amico Alberto Lùcia arriva a casa di mio padre, entrato nel suo studio ha un pacchetto in mano, ma non è per lui. Il pacco doveva essere spedito a Beniamino Joppolo, drammaturgo siciliano che aveva anche fatto tanta pittura ma poi si era trasferito a Parigi e non stava più bene, tanto che il neurologo gli aveva consigliato di riprendere a dipingere”.Ma il pacco non arriverà mai a Joppolo. “Mio padre era una persona molto curiosa e poi è poco educato andare a trovare un amico con un pacchetto per un altro”. Quasimodo prende il pacchetto, lo apre e vede che c’è una scatola con degli acquerelli e un pennello, divertito comincia a dipingere quasi per gioco, utilizzando normali fogli in formato A4 che trova nel suo studio. Qualche tempo dopo l’amico torna a fargli visita e scopre che Quasimodo si è fermato, non dipinge più. “Io sono un poeta, dice, non sono un pittore e quindi le butterò”, continua Alessandro. A quel punto Lùcia gli chiede di non disfarsi delle 27 gouaches, anzi di regalargliele attestandone il dono su di un foglio. “E se le porta via”, conclude Alessandro.

Gouache abbinata alla poesia “Dammi il mio giorno” dalla raccolta “Oboe sommerso” (foto Carola Arrivas Bajardi)

Gli originali sono stati esposti a Roma nel 1994 e poi a Milano nel 2001, quando Lùcia li presta ad Alessandro Quasimodo in occasione il centenario della nascita del padre. Poi il proprietario delle preziose gouaches si accorge che i faretti puntati sui fogli deteriorano un po’ la carta, che probabilmente non è adatta come supporto in quanto non abbastanza spessa per assorbirne il colore. La pittura potrebbe distaccarsi ed è rischioso esporle senza le dovute precauzioni.Quelle che oggi possiamo ammirare, visitando il museo della casa natale di Modica e il parco letterario di Roccalumera, sono dunque delle copie a laser. Bisogna dire che sono molto fedeli, ma pur sempre delle copie che, parafrasando l’irriproducibilità tecnica dell’opera d’arte teorizzata da Benjamin, hanno perso l’hic et nunc, l’unicità e l’irripetibilità degli originali. Ed è ancora Alessandro Quasimodo a svelarci dove si trovano. “La moglie di Lùcia era tedesca e quando lui è morto li ha assicurati per una cifra altissima, l’equivalente di circa un miliardo di lire di allora, depositandoli in una banca”.

Alcune delle riproduzioni delle gouaches esposte su indicazione di Alessandro Quasimodo (foto Carola Arrivas Bajardi)

Dunque gli originali delle 27 gouaches sono oggi rinchiusi nel caveau di una banca tedesca ed è merito di Alessandro se oggi possiamo ammirarne almeno le copie. Egli nel 1993 ha anche curato la pubblicazione di un grande e prezioso libro a tiratura limitata in cui ha associato le 27 gouaches ai versi di 27 poesie del padre in cui ricorre la parola “cuore” (“La visione poetica del sogno: ventisette gouaches e ventisette poesie di Salvatore Quasimodo”). “Ho fatto una ricerca e ho visto che le parole più ricorrenti nella poesia di Quasimodo sono le parole ‘morte’ e  ‘cuore’ e naturalmente ho scelto di abbinare le gouaches ai versi in cui è presente quest’ultima”, spiega ancora.Salvatore Quasimodo muore improvvisamente per un ictus nell’estate del ’68, 55 anni fa. Probabilmente la ricorrenza di questo anniversario ha fatto sì che la sua poesia Alla nuova luna, tratta dalla raccolta La terra impareggiabile, sia stata scelta tra le tracce dell’esame di Maturità di quest’anno. La riscoperta di Salvatore Quasimodo, poeta siciliano di eclettica e versatile genialità grazie al quale milioni di studenti del liceo classico hanno amato Saffo e i lirici greci, colui che, dopo aver lasciato da ragazzo l’amata terra natia, con un diploma da geometra e “alcuni versi in tasca” è riuscito ad arrivare fino al riconoscimento internazionale del Nobel per la letteratura (“per la sua poetica lirica, che con ardente classicità esprime le tragiche esperienze della vita dei nostri tempi”), sarebbe oggi un atto dovuto.Ma in generale è la “poesia” che andrebbe riscoperta. Risuonano ancora tragicamente attuali le parole con cui Quasimodo introduceva nel febbraio del ’68, pochi mesi prima di morire, le celebrazioni degli 80 anni di Ungaretti: “È un segno preciso di civiltà che il governo italiano renda omaggio alla poesia in un periodo in cui l’uomo è in crisi, spiritualmente, socialmente, sociologicamente. L’uomo contemporaneo cerca o tenta di vincere la sua giornata mediante la violenza”.