◉ BENI CULTURALI

Riemerge dal mare di Lipari il “relitto maledetto” di Capistello

L'intervento di recupero, promosso dalla Soprintendenza del Mare, ha riportato alla luce lo scafo ellenistico individuato nel 1966. A causa dell'estrema profondità dei resti dell'imbarcazione, adagiata su un fondale che degrada fino a 100 metri, molti tentativi di recupero si sono conclusi in tragedia. Adesso sarà restaurata ed esposta nel museo archeologico "Bernabò Brea"

di Redazione

26 Giugno 2026

26 Giugno 2026

Si è conclusa la campagna archeologica subacquea che ha portato al recupero dello scafo del relitto della Secca di Capistello, a Lipari, nel Messinese. Dopo oltre duemila anni, riemerge una delle più importanti testimonianze della navigazione ellenistica nel Mediterraneo. Oltre cinquant’anni fa, le anfore che erano parte del carico dell’imbarcazione, furono recuperate ed esposte nel museo archeologico eoliano “Luigi Bernabò Brea”.

Sul versante orientale dell’isola, la nave mercantile del III secolo avanti Cristo naufragò dopo aver urtato uno scoglio affiorante, disperdendo così parte del proprio carico. Il relitto fu individuato nel 1966 e, fin dalle prime segnalazioni, fu oggetto di reiterati tentativi di saccheggio. Le prime indagini scientifiche furono avviate dall’Istituto archeologico germanico di Roma e successivamente approfondite grazie agli interventi dell’Institute of nautical archaeology e della Sub sea oil services, che contribuirono a fare del sito uno dei casi più noti dell’archeologia subacquea mediterranea.

Il relitto sul fondale di Secca Capistello

A causa dell’estrema profondità del relitto, adagiato su un fondale che degrada fino a 100 metri, molti tentativi di recupero si sono conclusi in tragedia. Come accaduto nel 1969 quando, nel tentativo di avviare scavi scientifici per fermare i saccheggi, l’archeologo tedesco Helmut Schlaeger e il suo assistente Udo Graf dell’Istituto archeologico germanico di Roma, morirono in un incidente. Per questo lo scafo è stato soprannominato “relitto maledetto”.

L’intervento di recupero, promosso dalla Soprintendenza del Mare, grazie ad un progetto coordinato dall’archeologo Roberto La Rocca, in collaborazione con il Parco archeologico delle Isole Eolie, l’Università di Malta e con il supporto di uomini e mezzi della Guardia costiera, riveste carattere di assoluta eccezionalità sia per il valore storico e scientifico del relitto sia per la complessità delle operazioni. Al termine del restauro e dello studio, il relitto della Secca di Capistello sarà destinato alla musealizzazione a Lipari.

“Si apre ora una nuova fase di studio, restauro e valorizzazione – dice l’assessore ai Beni culturali, Francesco Paolo Scarpinato – che consentirà di ricongiungere, per la prima volta, lo scafo al suo carico, restituendo al pubblico un contesto archeologico di straordinaria importanza”.

“Il recupero del relitto – ha detto il Soprintendente del Mare, Emanuele Turco – rappresenta un risultato di grande rilievo scientifico e culturale, frutto di importante collaborazione istituzionale che conferma il ruolo della Sicilia come punto di riferimento internazionale nel campo dell’archeologia subacquea”.

Si è conclusa la campagna archeologica subacquea che ha portato al recupero dello scafo del relitto della Secca di Capistello, a Lipari, nel Messinese. Dopo oltre duemila anni, riemerge una delle più importanti testimonianze della navigazione ellenistica nel Mediterraneo. Oltre cinquant’anni fa, le anfore che erano parte del carico dell’imbarcazione, furono recuperate ed esposte nel museo archeologico eoliano “Luigi Bernabò Brea”.

Sul versante orientale dell’isola, la nave mercantile del III secolo avanti Cristo naufragò dopo aver urtato uno scoglio affiorante, disperdendo così parte del proprio carico. Il relitto fu individuato nel 1966 e, fin dalle prime segnalazioni, fu oggetto di reiterati tentativi di saccheggio. Le prime indagini scientifiche furono avviate dall’Istituto archeologico germanico di Roma e successivamente approfondite grazie agli interventi dell’Institute of nautical archaeology e della Sub sea oil services, che contribuirono a fare del sito uno dei casi più noti dell’archeologia subacquea mediterranea.

Il relitto sul fondale di Secca Capistello

A causa dell’estrema profondità del relitto, adagiato su un fondale che degrada fino a 100 metri, molti tentativi di recupero si sono conclusi in tragedia. Come accaduto nel 1969 quando, nel tentativo di avviare scavi scientifici per fermare i saccheggi, l’archeologo tedesco Helmut Schlaeger e il suo assistente Udo Graf dell’Istituto archeologico germanico di Roma, morirono in un incidente. Per questo lo scafo è stato soprannominato “relitto maledetto”.

L’intervento di recupero, promosso dalla Soprintendenza del Mare, grazie ad un progetto coordinato dall’archeologo Roberto La Rocca, in collaborazione con il Parco archeologico delle Isole Eolie, l’Università di Malta e con il supporto di uomini e mezzi della Guardia costiera, riveste carattere di assoluta eccezionalità sia per il valore storico e scientifico del relitto sia per la complessità delle operazioni. Al termine del restauro e dello studio, il relitto della Secca di Capistello sarà destinato alla musealizzazione a Lipari.

“Si apre ora una nuova fase di studio, restauro e valorizzazione – dice l’assessore ai Beni culturali, Francesco Paolo Scarpinato – che consentirà di ricongiungere, per la prima volta, lo scafo al suo carico, restituendo al pubblico un contesto archeologico di straordinaria importanza”.

“Il recupero del relitto – ha detto il Soprintendente del Mare, Emanuele Turco – rappresenta un risultato di grande rilievo scientifico e culturale, frutto di importante collaborazione istituzionale che conferma il ruolo della Sicilia come punto di riferimento internazionale nel campo dell’archeologia subacquea”.